Archivio degli autori Dr.ssa Lorena Ferrero

Come gestire il malessere psicologico dello smart working

Il lavoro agile in alcuni settori aziendali diventerà probabilmente permanente anche nel post pandemia a causa dei benefici apportati. Sarà probabilmente strutturato in modalità variabili che spezzano la settimana lavorativa alternando il remoto con la presenza.

Gli aspetti positivi spaziano per il personale dalla conciliazione vita e lavoro al livello di concentrazione, dalla produttività individuale al raggiungimento degli obiettivi (quando a casa si hanno spazi a disposizione separati da utilizzare per il lavoro) e per le aziende rispetto al taglio di costi sul lavoro: luce, riscaldamento, aria condizionata, servizi di pulizia, affitti locali, spese per il personale, buoni pasto.

Il perdurare della fase emergenziale e conseguentemente il lavoro in smart working, a volte in modo esclusivo, ha messo in luce gli aspetti negativi nel caso non sia un cambiamento desiderato dal lavoratore: l’assenza di socialità dal vivo nell’orario di lavoro, la mancanza di interazione fisica con i colleghi, il rischio eccessivo di call e di operare senza limiti di orario. Tutto questo ha ripercussioni sul benessere psicologico: vissuti di isolamento e solitudine, che possono generare stress, sintomi ansioso-depressivi, rischio di burn out e di demotivazione. Può produrre frustrazione e alienazione la perdita dell’informalità che caratterizza la partecipazione alla vita aziendale: le chiacchiere che possono diventare confronto produttivo davanti alla macchinetta del caffè o prima dell’inizio di una riunione o alla postazione del collega e comunque consolidano l’appartenenza al contesto aziendale.

Le aziende dovrebbero porsi il problema di come rispondere al malessere psicologico dei propri collaboratori legato al lavoro agile e individuare delle azioni efficaci al riguardo.

Cosa possiamo fare?

Come lavoratori dipendenti, non potendo scegliere se e quante giornate lavorative effettuare in remoto, l’alternativa è costruire un contesto per noi favorevole: se possibile in accordo con l’azienda utilizzare gli spazi di un coworking, che permette l’interazione sociale; darsi delle regole fisse ed una certa routine: non alzarsi all’ultimo e lavorare in pigiama, concedersi delle pause, consultare l’account aziendale di posta elettronica solo nell’orario di lavoro; impegnarsi al di fuori del lavoro in attività che implichino rapporti sociali: sport, palestra, hobby, tempo libero con amici e famiglia.

Nel caso il malessere perduri è indicato rivolgersi ad uno psicologo psicoterapeuta per comprendere insieme quale tipo di supporto attivare.

Io sono Bipolare?

Rientra tra i disturbi dell’umore o affettivi, la dicitura esatta ho una diagnosi di disturbo bipolare (depressione bipolare o bipolarismo o disturbo maniaco-depressivo), così da distinguerlo dall’etichetta comune in senso canzonatorio “sei bipolare”, che corrisponde alle naturali oscillazioni d’umore, da non identificarci nella psicopatologia. L’umore, tonalità affettiva predominante, è una funzione psichica importante per il nostro adattamento, è generalmente flessibile: se viviamo eventi o situazioni piacevoli flette verso l’alto, mentre flette verso il basso nei contesti negativi e spiacevoli. Se soffriamo di un disturbo affettivo perdiamo questa flessibilità, il nostro umore diventa instabile e alterna più o meno marcatamente fasi depressive e fasi ipomaniacali o maniacali: euforia, eccitazione, instancabilità, aumento dell’autostima o grandiosità, sensazione di onnipotenza, eccessivo ottimismo, i pensieri si succedono molto rapidamente. Il soggetto che ha un disturbo bipolare non ha la consapevolezza di averlo nella maggior parte dei casi, perché le fasi ipomaniacali e maniacali sono percepite come normali, le richieste di aiuto possono arrivare nelle fasi depressive di grande sofferenza. Il disturbo bipolare presenta un decorso tipicamente cronico e ricorrente, con la presenza di periodi più o meno lunghi e completi di risoluzione dei sintomi, con alto rischio di suicidio nei periodi di depressione. Il disturbo ciclotimico (ciclotimia) ha sintomi meno intensi ma più duraturi nel tempo. Nei disturbi affettivi viene compromesso il funzionamento sociale, scolastico o lavorativo come anche il prenderci cura di noi stessi: abitudini alimentari, sonno regolare, salute fisica, abuso di fumo e alcol, utilizzo di sostanze, comportamento sessuale, condotte spericolate.

Come e quali sono i comportamenti nelle fasi ipomaniacali o maniacali?

  • Iperattivo, esuberante, caotico, agitato
  • Distraibile, volubile, inconcludente
  • Aumento della produzione verbale con difficoltà a frenarla
  • Diminuzione del bisogno di mangiare e dormire
  • Impulsivo: spese eccessive e/o azioni pericolose e/o abuso di sostanze e/o maggiore disinibizione sessuale
  • Irritabile, con reazioni rabbiose se contrastato (fase disforica)

Cosa li provoca?

  • Esiste una predisposizione familiare
  • Gli episodi possono essere a volte scatenati anche da esperienze molto stressanti o da malattie fisiche

Cosa posso fare?

E’ fondamentale nel disturbo bipolare l’intervento farmacologico per stabilizzare l’umore, attraverso la prescrizione e il monitoraggio di uno psichiatra. I disturbi dell’umore non trattati possono portare gravi conseguenze, tra cui l’aumento e la durata degli episodi sintomatici, con una compromissione anche invalidate della qualità della vita personale, familiare, sociale, scolastica e lavorativa. La combinazione con la psicoterapia cognitivo-comportamentale è uno dei percorsi più efficaci, attraverso questi passaggi:

  • Psicoeducazione sul disturbo bipolare
  • Apprendimento dell’auto-monitoraggio dell’umore
  • Revisione degli stili di pensiero irrazionali e disfunzionali
  • Sviluppo di abilità di adattamento per affrontare le difficoltà quotidiane
  • Riconoscimento delle emozioni altrui e autoregolazione (impulsività)
  • Terapia nella fase depressiva
  • Prevenzione delle ricadute

E’ consigliabile un supporto psicologico ai familiari di un paziente con disturbi affettivi.

Ripartire: piccoli suggerimenti per rinfrescare i pensieri

In questo periodo condizionato dal Covid 19 nelle modalità di lavoro, scuola e tempo libero, le relazioni sociali ed i vissuti personali non possono prescindere dal suo impatto anche a livello psicologico, che ha portato sofferenza nelle chiusure e limitazioni.

Ci siamo affacciati con entusiasmo alla seconda estate della pandemia, fiduciosi nelle aperture e mobilità delle vacanze, con un rinnovato spirito di libertà e liberazione.

In questo rinnovato clima di ottimismo verso il futuro c’è una nuvola che oscura il cielo del prossimo autunno: l’incertezza di cosa accadrà, il timore di rivivere la situazione dell’anno scorso con la ripresa della corsa del virus e le conseguenze sul quotidiano delle nostre vite.

Vai…

Come superare l’ansia sociale

L’ansia o paura, è un’emozione. La paura diventa un problema quando la viviamo in maniera sproporzionata o fuori contesto. Nella fobia sociale è centrale il timore del giudizio negativo degli altri: la brutta figura. Si manifesta come timidezza patologica o estrema: paura, intensa, persistente e duratura, provata per le situazioni sociali: essere osservati, compiere azioni, mostrarsi imbarazzati, apparire ridicoli o incapaci e essere scherniti dagli altri. La bassa autostima ci fa percepire inadeguati e minimizza le nostre risorse personali. I sintomi fisiologici dello stato d’ansia, che compare anche anticipatoria rispetto alle situazioni da affrontare in futuro, sono: tachicardia, vertigini, disturbi gastrici e urinari, nausea, diarrea, senso di soffocamento, rossore, sudorazione eccessiva, tremito e spossatezza. Chi soffre del disturbo d’ansia sociale può sperimentare anche attacchi di panico: crisi d’ansia molto intense che raggiungono il picco in breve tempo e sono accompagnate dal timore di impazzire, di perdere il controllo o di stare per morire. I sintomi si attenuano/scompaiono con l’evitamento delle situazioni di esposizione pubblica, generando però un circolo vizioso che ingigantisce ulteriormente le paure. Inoltre per disinibirsi aumenta il rischio di abuso di alcol e sostanze. E’ una condizione limitante nel funzionamento relazionale, lavorativo o scolastico.

Dove e quando si manifesta?

  • Parlare in pubblico
  • Effettuare delle attività sotto lo sguardo altrui (ad esempio leggere in chiesa o suonare uno strumento musicale, mangiare insieme ad altre persone, firmare un documento davanti a degli osservatori)
  • Utilizzare un bagno pubblico
  • Conoscere nuove persone
  • Esprimere la propria opinione in gruppo
  • Prendere la parola in una riunione

Quali sono le conseguenze?

  • Isolamento e cerchia di amici ristretta
  • Rinuncia ad attività lavorative o scolastiche, hobby
  • Vissuti di rabbia, tristezza e impotenza
  • Rischio dello sviluppo di un disturbo depressivo secondario

Cosa posso fare?

La sofferenza e il disagio vissuti nei contesti interpersonali oltre alle limitazioni dovute agli evitamenti, che perdurano nel tempo, sono un buon motivo per chiedere aiuto. Occorre contattare uno psicologo psicoterapeuta. La psicoterapia cognitivo-comportamentale è uno dei percorsi più efficaci per il trattamento della fobia sociale attraverso questi passaggi:

  • Psicoeducazione sull’ansia/paura: fornire informazioni su come funziona il circolo vizioso con gli evitamenti e dare indicazioni sulla gestione dei sintomi
  • Esplorazione e potenziamento dell’autostima
  • Messa in discussione delle credenze disfunzionali su di sé e sugli altri
  • Miglioramento delle abilità sociali
  • Esposizione graduale alle situazioni evitate

Si possono utilizzare benzodiazepine al bisogno, con prescrizione medica, per gestire la paura dovendo fronteggiare delle situazioni temute (ad esempio parlare ad una riunione), essendo farmaci che agiscono sui sintomi dell’ansia, cessando l’effetto il disturbo d’ansia sociale permane.

Sono triste o depresso? Come intervenire

La tristezza è un’emozione, legata ad una sensazione di perdita. Le emozioni sono reazioni intense e passeggere. L’umore, stato d’animo persistente, è una funzione psichica importante per il nostro adattamento, è generalmente flessibile: se viviamo eventi o situazioni piacevoli flette verso l’alto, mentre flette verso il basso nei contesti negativi e spiacevoli. Se soffriamo di depressione perdiamo questa flessibilità, il nostro umore diventa costantemente flesso verso il basso, indipendentemente dalle condizioni esterne, come se indossassimo continuamente degli occhiali con lenti scure: tutto appare difficile da affrontare, come alzarsi dal letto al mattino o fare una doccia. Il termine depressione definisce un raggruppamento di disturbi depressivi che oltre all’alterazione significativa e persistente del tono dell’umore si accompagnano ad altri sintomi. Variano i livelli di gravità, la compromissione, la durata, le forme acute, la frequenza delle ricadute, la cronicità, il rischio di suicidio nel Disturbo Depressivo Maggiore, nel Disturbo Depressivo Persistente (distimia), nella Depressione Post-Partum. Un episodio depressivo può delinearsi anche come parte di un disturbo bipolare con oscillazioni del tono dell’umore, più o meno marcate, tra depresso e euforico. I disturbi depressivi sono frequentemente associati all’abuso di sostanze, i disturbi d’ansia, i disturbi di personalità. Nei disturbi dell’umore o affettivi viene compromesso il funzionamento sociale, scolastico o lavorativo come anche il prenderci cura di noi stessi: abitudini alimentari, sonno regolare, salute fisica, abuso di fumo e alcol, utilizzo di sostanze.

Quali sono i sintomi?

  • Cognitivi: ridotta capacità di concentrarsi, indecisione, distraibilità, difficoltà di memoria. Tendenza a incolparsi, svalutarsi, sentirsi indegno. Ruminazioni (rimuginii) su presunti errori passati, mancanze personali o fallimenti.
  • Affettivi: umore depresso, tristezza, irritabilità, apatia, pessimismo, insoddisfazione, senso di impotenza, perdita della speranza, disperazione, senso di vuoto, dolore nel vivere, angoscia, perdita di piacere nello svolgere hobby o attività che prima erano attivamente ricercate, ritiro sociale, diminuzione del desiderio sessuale, pensieri di morte.
  • Volitivi/motivazionali: mancanza di interessi e obiettivi.
  • Comportamentali: appetito e sonno aumentati o diminuiti, rallentamento o agitazione psicomotoria, evitamento delle persone e isolamento sociale, i comportamenti passivi, lamentele, riduzione dell’attività sessuale, tentativi di suicidio.
  • Fisici: stanchezza, mancanza di energia, mal di testa, palpitazioni o tachicardia, dolori muscolari, alle ossa, alle articolazioni e addominali, stipsi o diarrea, sensazione di avere la testa confusa o vuota.

Viene definita depressione mascherata la presenza solo di sintomi fisici della depressione, la cui conferma diagnostica è manifestata dalla risposta positiva ai farmaci antidepressivi.

Cosa li provoca?

Eventi esterni scatenanti improvvisi e ad alto impatto sulla nostra vita possono destabilizzarci e portare ad una depressione reattiva, a volte comunque risulta difficile ritracciare una correlazione con l’esordio, soprattutto in presenza di episodi depressivi successivi.

Cosa posso fare?

Non dobbiamo allarmarci per un transitorio calo dell’umore legato a un lutto, alla fine di una relazione o separazione o divorzio, alla perdita del lavoro, ad una bocciatura o esame fallito, a problemi economici, a gravi malattie recenti o patologie croniche, a eventi stressanti anche per cambiamenti positivi (laurea, matrimonio o convivenza, nascita di un figlio voluto, trasferimenti, promozioni, pensionamento), diamoci tempo per ritrovare il nostro equilibrio, eventualmente cercando un supporto psicologico per la reazione depressiva.  Se persistono nel tempo sintomi di tipo depressivo occorre chiedere aiuto ad uno psicoterapeuta o psichiatra. I disturbi depressivi non curati possono portare gravi conseguenze, tra cui il cronicizzarsi e il peggioramento dei sintomi, con una compromissione anche invalidate della qualità della vita personale, familiare, sociale, scolastica e lavorativa. Vi sono casi trattabili esclusivamente attraverso la psicoterapia, altri attraverso un approccio combinato in cui risulta fondamentale anche l’intervento farmacologico soprattutto nelle forme medio-gravi.

La psicoterapia cognitivo-comportamentale è uno dei percorsi più efficaci, attraverso questi passaggi:

  • Accettazione e ascolto, rispettando i tempi del paziente
  • Apertura al cambiamento nelle modalità disfunzionali di pensiero e a circolo vizioso che rinforzano il quadro depressivo
  • Apprendimento di nuove abilità per affrontare le difficoltà quotidiane
  • Ripresa graduale delle attività che sono state abbandonate, iniziando da quelle più piacevoli
  • Prevenzione delle ricadute

Come affrontare fobie e paure

La paura è un’emozione, che ci mette in guardia dai pericoli come un rumore improvviso in casa mentre riposiamo o ritrovarci in banca durante una rapina. Il nostro corpo si prepara all’azione: attaccare/difendersi o fuggire o rimanere immobili. La paura può diventare un problema quando la viviamo in maniera sproporzionata o fuori contesto, come nel caso delle fobie. Si manifestano come paura, intensa, persistente e duratura, provata per una specifica cosa. I sintomi fisiologici dello stato d’ansia che compare sono tachicardia, vertigini, disturbi gastrici e urinari, nausea, diarrea, senso di soffocamento, rossore, sudorazione eccessiva, tremito e spossatezza. I sintomi si attenuano/scompaiono con l’evitamento delle situazioni temute, generando però un circolo vizioso che ingigantisce ulteriormente le paure. Pur essendo consapevoli dell’irrazionalità delle proprie paure, risulta impossibile controllarle.

Quali sono le fobie specifiche?

  • Animali (ad esempio, ragni, insetti, cani)
  • Ambiente naturale (ad esempio, altezze, temporali, acqua)
  • Sangue-iniezioni-ferite (ad esempio, aghi, procedure mediche invasive)
  • Situazionali (ad esempio, aeroplani, ascensori, luoghi chiusi)
  • Altro: gli stimoli più svariati.

Cosa le provoca?

Una delle possibili origini di una fobia specifica è un’esperienza traumatica vissuta o osservata (ad esempio essere inseguiti o morsi da un cane, assistere ad un cane che attacca un’altra persona), a cui dopo associa lo stimolo che è causa della paura (vista di un cane). Possono anche generarsi dal racconto su qualche argomento da parte di altri (viene ribadita la pericolosità dei cani con aneddoti di episodi negativi). Ci si preoccupa, si rimugina e si viene presi dall’ansia, infine si evita (ci si tiene lontani dai cani).

Cosa posso fare?

Le fobie specifiche compaiono solitamente durante l’infanzia o l’adolescenza, se non affrontate, tendono a persistere nell’età adulta con il relativo carico di tensione e paura, provocando a causa degli evitamenti interferenze nel funzionamento relazionale/sociale, lavorativo o scolastico (ad esempio non riuscire a rimanere in un locale pubblico dove è presente un cane, attraversare la strada per non incrociarli, non recarsi a casa di amici o parenti che hanno un cane). Occorre contattare uno psicologo psicoterapeuta. La psicoterapia cognitivo-comportamentale è uno dei percorsi più efficaci per il trattamento delle fobie specifiche, esponendo gradualmente agli stimoli temuti fino ad arrivare ad avere contatto diretto con lo stimolo (prima si osservano le immagini di cani, poi video di cani insieme a delle persone, successivamente si sta in un locale anche in presenza di cani, il passo successivo è stare accanto ad un cane, per ultimo si accarezza un cane), che diviene neutro grazie a un processo parallelo di ristrutturazione dei pensieri irrazionali relativi allo stimolo (ad esempio se entro in contatto con un cane sicuramente mi morderà). Questi passaggi sono progressivi e non si procede a quello successivo se il paziente non si sente a suo agio in quello attuale.

Nel caso di fobie invalidanti si possono utilizzare benzodiazepine al bisogno, con prescrizione medica, per gestire l’ansia dovendo fronteggiare le situazioni temute (ad esempio prima di prendere l’aereo).

Cosa fare quando si è prigionieri di ossessioni e compulsioni

Nel disturbo ossessivo-compulsivo (DOC) sono presenti ossessioni, che creano ansia/disagio/disgusto/ vergogna/sensi di colpa nel soggetto, e compulsioni o rituali rigidi, ovvero comportamenti ripetitivi o azioni mentali, che alleviano temporaneamente tale vissuto spiacevole. Le ossessioni sono pensieri, impulsi o immagini mentali involontari e costanti, percepiti come sgradevoli o intrusivi dalla persona, non sono manie o fissazioni. La consapevolezza dell’esagerazione o irrazionalità o insensatezza delle proprie preoccupazioni e/o comportamenti spinge a contrastare le ossessioni e le compulsioni, con l’effetto generalmente di aggravare i sintomi e la sofferenza.

 Quali sono i sintomi del disturbo ossessivo-compulsivo?

  • Controllo: timori ricorrenti e controlli protratti, per il dubbio di aver dimenticato qualcosa o di aver fatto un errore o danneggiato qualcosa o qualcuno inavvertitamente. Esempi: aver chiuso la porta di casa, il gas o l’acqua, aver contato bene i soldi, aver inserito l’iban del conto giusto, avere fatto correttamente l’ordine di un prodotto invece di uno sbagliato, avere riferito esattamente delle indicazioni come richiesto.
  • Contaminazione: paure per rischio di contagio o contaminazione con qualche invisibile virus/batterio o sostanza tossica e conseguenti compulsioni di pulizia con rituali di lavaggio ripetuto delle mani, dei vestiti o di oggetti.
  • Ordine e simmetria: intolleranza al disordine o all’asimmetria. Gli oggetti in casa, a scuola o al lavoro devono risultare perfettamente allineati, simmetrici e ordinati secondo una precisa logica (es. dimensione, colore), a volte anche il proprio aspetto e abbigliamento, in caso contrario vanno risistemati anche impegnandoci ore fino a sentirli “a posto”.
  • Superstizione eccessiva: credenze superstiziose portate all’eccesso con la ripetizione di rituali per evitare qualche disgrazia a sé e/o alle persone care. L’esito degli eventi viene legato al compimento di gesti definiti, alla visione di oggetti e/o colori determinati, al suono di certi rumori.
  • Pensieri tabù (idee aggressive, sessuali, religiose): l’ossessione di essere o diventare omosessuale o pedofilo o fare del male a sé o a altri o bestemmiare, con le successive strategie per tranquillizzarsi, ad esempio monitorando costantemente le sensazioni provate e sforzandosi di contrastare questi pensieri e impulsi.

Cosa posso fare?

Il DOC se non affrontato attraverso una terapia tende a cronicizzarsi con il relativo carico di sofferenza e peggioramento della qualità della vita oltre a provocare interferenze nel funzionamento relazionale/sociale, lavorativo o scolastico. Occorre contattare uno psicologo psicoterapeuta. La psicoterapia cognitivo-comportamentale è uno dei percorsi più efficaci per il trattamento del disturbo ossessivo-compulsivo, esponendo gradualmente agli stimoli temuti; lavorando sui pensieri automatici e disfunzionali: l’eccessivo senso di responsabilità, il perfezionismo, l’importanza sovrastimata delle credenze, il tentativo di controllare i propri pensieri, la pericolosità percepita dell’ansia, che costituiscono le principali distorsioni cognitive; imparando a gestire la risposta emotiva dei vissuti spiacevoli. La terapia farmacologica può essere utile per ridurre i sintomi disturbanti ed iniziare la psicoterapia, in particolare gli antidepressivi, dopo la valutazione di uno psichiatra.

Le abbuffate: come gestirle

Sono episodi caratterizzati da “il mangiare in un determinato periodo di tempo una quantità di cibo significativamente maggiore di quella che la maggior parte degli individui mangerebbe nello stesso tempo e in circostanze simili, con la sensazione di perdere il controllo” (fonte DSM-5). Possono rientrare tra i sintomi dei Disturbi della nutrizione e dell’alimentazione, come il Binge Eating Disorder BED (disturbo da alimentazione incontrollata) o la Bulimia nervosa o l’Anoressia nervosa. Ben diverso dallo sgranocchiare e mangiucchiare piccole quantità di cibo durante tutta la giornata.

Come sono le abbuffate?

  • Mangiare molto più rapidamente del normale.
  • Mangiare fino a sentirsi sgradevolmente pieni.
  • Mangiare grandi quantitativi di cibo anche se non ci si sente affamati.
  • Mangiare da soli a causa dell’imbarazzo per quanto si sta mangiando.
  • Sentirsi disgustati verso sé stessi, depressi o molto in colpa dopo l’episodio. (fonte DSM-5)

Cosa le provoca?

L’impulso all’abbuffata, che può essere anche pianificata, può nascere da emozioni negative, eventi spiacevoli e/o stressanti, il tempo senza impegni definiti dove la noia è protagonista, la solitudine, anche da restrizioni alimentari in regimi dietetici rigidi e ipocalorici. E’ principalmente una fame nervosa. Dall’iniziale benessere e gratificazione, si passa spesso a sensazioni di distacco, poi subentrano il senso di colpa e la vergogna.

Cosa posso fare?

Per gestire la fame emotiva possiamo:

  • Costruire un elenco di attività piacevoli e gratificati da inserire nel nostro quotidiano successivamente.
  • Imparare a gestire lo stress: non facciamoci sommergere (dicendo dei NO, dandoci delle priorità e delle pause).
  • Programmare degli impegni nella nostra routine e mantenerli.
  • Coltivare le relazioni con le altre persone: è preferibile di persona ma anche a distanza.
  • Evitare le diete fai date o comunque devono essere bilanciate: non affamiamoci.

Oltre al rischio di aumento del peso corporeo e di sviluppare obesità, chi soffre di abbuffate compulsive, dove gli episodi sono diventati quasi automatici, ha anche una bassa autostima, sentimenti di inadeguatezza, si isola ulteriormente dagli altri. Occorre chiedere aiuto ad uno psicologo psicoterapeuta esperto in disturbi del comportamento alimentare ed intraprendere un percorso per esplorare le proprie emozioni e gestire la risposta comportamentale senza più ricorrere alle abbuffate, lavorare sulla consapevolezza della fame fisiologica, migliorare l’autostima.

Trauma psicologico: come elaborarlo

Uno shock emotivo intenso a seguito di eventi improvvisi (incidente, terremoto, lutto inaspettato, violenza fisica e/o sessuale) e stressanti (perdita del lavoro,rottura del rapporto di coppia, grave malattia fisica), che produce reazioni corporee importanti e dove ci sentiamo impotenti. Non sempre riusciamo ad elaborare spontaneamente i traumi, l’impatto e la reazione sono soggettivi e quando le emozioni e le sensazioni del corpo rimangono bloccate rischiamo di sviluppare sintomi come nel disturbo post-traumatico da stress (PTSD). La trascuratezza, la mancanza di accudimento, l’abuso, il maltrattamento psicologico (svalutazioni, critiche continue) e fisico da parte di figure significative come i genitori o gli insegnanti, specialmente nell’infanzia, possono condurre a traumi relazionali cumulativi.

Quali sono i sintomi del disturbo post-traumatico da stress (fonte DSM-5)?

  • Intrusione: si tende a rivivere l’evento traumatico con immagini intrusive, incubi e reazioni emotive intense, come se il trauma si stesse ripresentando in quel momento (flashback). In alcuni casi il coinvolgimento emotivo è tale da far perdere consapevolezza dell’ambiente circostante al soggetto durante i flashback (sintomo dissociativo).
  • Evitamento: il soggetto mette in atto diverse strategie per evitare luoghi, persone o oggetti associati al trauma in modo persistente.
  • Alterazioni negative dell’umore e del pensiero: l’umore può apparire deflesso per la maggior parte del tempo, il soggetto può mostrare una riduzione di interesse verso le normali attività o una sensazione di distacco o estraneità verso gli altri. Può manifestare reazioni emotive negative persistenti (ansia, vergogna, colpa, orrore) e incapacità a provare emozioni positive. Il soggetto può mostrare esagerate convinzioni negative su di sé (è colpa mia), sugli altri o sul mondo (il mondo è un posto pericoloso). Può inoltre manifestarsi amnesia verso qualche importante elemento dell’evento traumatico.
  • Marcata attivazione psicomotoria ed elevata reattività: il soggetto può mostrare uno stato di agitazione e ipervigilanza costante. Può mostrare umore irritabile ed esplosioni di rabbia anche senza provocazione, spesso sono presenti esagerate risposte di allarme anche a fronte di stimoli banali. Possono inoltre manifestarsi difficoltà nella concentrazione, nel sonno o comportamenti rischiosi o autodistruttivi.

Cosa posso fare?

Le consegue dei traumi possono cronicizzarsi con il relativo carico di sofferenza oltre a provocare ripercussioni in ambito sociale, lavorativo o scolastico, arrivando anche all’abuso di sostanze. Si possono manifestare sintomi dissociativi di depersonalizzazione (sentirsi distaccati dai propri processi mentali come se si fosse un osservatore esterno al proprio corpo) e derealizzazione (persistenti o ricorrenti esperienze di irrealtà dell’ambiente circostante). Occorre contattare uno psicologo psicoterapeuta esperto in psicotraumatologia che valuterà insieme al paziente l’intervento più adatto al suo caso. La psicoterapia cognitivo-comportamentale è uno dei percorsi più efficaci per il trattamento dei traumi, attraverso questi passaggi:

•    Gestione dei problemi urgenti: la compromissione del funzionamento quotidiano a causa degli evitamenti

•    Informazioni sul disturbo

•    Stabilizzazione dei sintomi più disturbanti con l’utilizzo di tecniche di gestione degli stessi: rilassamento o mindfulness

•    Lavoro sulle memorie traumatiche mediante l’esposizione ai ricordi dolorosi

•    Effettuazione della ristrutturazione cognitiva: modificando le convinzioni disfunzionali su di sé, sugli altri e sul mondo

•    Prevenzione delle ricadute

L’EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing) è una metodologia terapeutica che si basa sul sistema dell’elaborazione delle informazioni per integrare il trauma nel nostro vissuto attraverso i movimenti oculari o altre forme di stimolazione alternata destro/sinistra. Il percorso terapeutico aiuta a superare la rottura del trauma nel fluire della nostra esperienza e a riprendere il proprio percorso di vita.

La terapia farmacologica può essere utile per ridurre i sintomi disturbanti ed iniziare la psicoterapia, in particolare gli antidepressivi Inibitori Selettivi della Serotonina (SSRI) dopo la valutazione di uno psichiatra.

Attacchi di panico: come intervenire

Detti anche crisi di panico, sono episodi di ansia molto intensa che in crescendo raggiunge un picco e poi diminuisce, quest’onda dura circa 20 minuti, arrivando all’apice in 10 minuti con un vissuto molto spiacevole ed il timore di impazzire, perdere il controllo o moriremi sta venendo un infarto”. Si parla di disturbo da panico quando gli attacchi si ripetono frequentemente.

Quali sono i sintomi?

  • palpitazioni o tachicardia
  • sudorazione
  • tremori
  • sensazione di fiato corto o di fatica nel respirare
  • sensazione di soffocamento
  • dolore retrosternale
  • nausea o dolori addominali
  • vertigini, sensazione di instabilità, testa leggera o sensazione di svenimento
  • brividi o vampate di calore
  • parestesie (sensazioni di formicolio o di intorpidimento)
  • derealizzazione (sensazioni di irrealtà) o depersonalizzazione (sentirsi separato da se stesso)

Cosa li provoca?

Periodi stressanti (matrimonio, convivenza, nascita di un figlio, separazione, lutti, malattie importanti anche di una persona significativa, problemi finanziari e lavorativi, cambiamenti di ruolo come pensionamento o promozioni, trasferimenti), situazioni agorafobiche (luoghi da cui non si può scappare facilmente o in cui si potrebbe non ricevere aiuto, ad esempio in auto da soli, all’interno di un mezzo pubblico e locale affollato), caldo e condizioni climatiche soffocanti, sostanze psicoattive possono infatti far comparire sensazioni del corpo anomale. Queste possono essere interpretate in maniera catastrofica, aumentando la probabilità di sviluppare attacchi di panico. Il primo compare inaspettato e poi si innesca come un circolo vizioso la paura di ulteriori crisi, portando a comportamenti di evitamento delle circostanze potenzialmente ansiogene, dei contesti da cui è difficile trovare vie di fuga ed avere soccorso, arrivando a uscire se accompagnati e non essere mai lasciati soli, con il rischio di una depressione secondaria ad una vita limitante per sé stessi e i familiari. “Come il primo attacco è stato improvviso allora potrebbe ripresentarsi ancora senza nessun avvertimento

Cosa posso fare?

Dopo aver escluso patologie organiche, solitamente ci si reca allarmati al Pronto Soccorso alla prima crisi di panico e successivamente dal medico curante, dove in seguito agli accertamenti clinici si viene rassicurati sulla propria salute, si possono adottare degli accorgimenti per gestire l’aumento dell’ansia, che poi sfocia nell’attacco di panico: attraverso tecniche di controllo del respiro (respirare dentro un sacchetto di carta aiuta a ridurre l’intensità dei sintomi) è possibile limitarne la durata o impedirne l’insorgenza.

Poi occorre contattare uno psicologo psicoterapeuta. La psicoterapia cognitivo-comportamentale è uno dei percorsi più efficaci per il trattamento degli attacchi di panico al fine di scongiurare la cronicizzazione del disturbo, attraverso questi passaggi:

  • Psicoeducazione sull’ansia: fornire informazioni su come funziona il circolo vizioso del panico
  • Ricostruzione del primo episodio e della situazione attuale, attraverso l’individuazione di eventi specifici attivanti il disturbo (trigger)
  • Insegnamento di tecniche per la gestione dei sintomi dell’ansia: rilassamento o mindfulness
  • Individuazione dei pensieri catastrofici che portano all’attacco di panico e messa in discussione di tali interpretazioni erronee
  • Esposizione graduale alle sensazioni e agli stimoli temuti ed evitati
  • Prevenzione delle ricadute

La terapia farmacologica non può essere risolutiva sul lungo periodo, ma utile per ridurre i sintomi di ansia ed iniziare la psicoterapia, dopo una valutazione di uno psichiatra. Si basa su due classi di farmaci: benzodiazepine e antidepressivi, spesso impiegati in associazione. Le benzodiazepine sono farmaci sintomatici (agiscono sulle manifestazioni ansiose) portando ad una rapida attenuazione delle stesse, alla sospensione del trattamento con benzodiazepine, il disturbo può però ripresentarsi. Sono inoltre farmaci che possono portare a sviluppare sintomi di astinenza e aumento della tolleranza per ottenere gli effetti desiderati, soprattutto in assenza di un monitoraggio medico.