Archivio per Categoria Psicoterapia

Come affrontare fobie e paure

La paura è un’emozione, che ci mette in guardia dai pericoli come un rumore improvviso in casa mentre riposiamo o ritrovarci in banca durante una rapina. Il nostro corpo si prepara all’azione: attaccare/difendersi o fuggire o rimanere immobili. La paura può diventare un problema quando la viviamo in maniera sproporzionata o fuori contesto, come nel caso delle fobie. Si manifestano come paura, intensa, persistente e duratura, provata per una specifica cosa. I sintomi fisiologici dello stato d’ansia che compare sono tachicardia, vertigini, disturbi gastrici e urinari, nausea, diarrea, senso di soffocamento, rossore, sudorazione eccessiva, tremito e spossatezza. I sintomi si attenuano/scompaiono con l’evitamento delle situazioni temute, generando però un circolo vizioso che ingigantisce ulteriormente le paure. Pur essendo consapevoli dell’irrazionalità delle proprie paure, risulta impossibile controllarle.

Quali sono le fobie specifiche?

  • Animali (ad esempio, ragni, insetti, cani)
  • Ambiente naturale (ad esempio, altezze, temporali, acqua)
  • Sangue-iniezioni-ferite (ad esempio, aghi, procedure mediche invasive)
  • Situazionali (ad esempio, aeroplani, ascensori, luoghi chiusi)
  • Altro: gli stimoli più svariati.

Cosa le provoca?

Una delle possibili origini di una fobia specifica è un’esperienza traumatica vissuta o osservata (ad esempio essere inseguiti o morsi da un cane, assistere ad un cane che attacca un’altra persona), a cui dopo associa lo stimolo che è causa della paura (vista di un cane). Possono anche generarsi dal racconto su qualche argomento da parte di altri (viene ribadita la pericolosità dei cani con aneddoti di episodi negativi). Ci si preoccupa, si rimugina e si viene presi dall’ansia, infine si evita (ci si tiene lontani dai cani).

Cosa posso fare?

Le fobie specifiche compaiono solitamente durante l’infanzia o l’adolescenza, se non affrontate, tendono a persistere nell’età adulta con il relativo carico di tensione e paura, provocando a causa degli evitamenti interferenze nel funzionamento relazionale/sociale, lavorativo o scolastico (ad esempio non riuscire a rimanere in un locale pubblico dove è presente un cane, attraversare la strada per non incrociarli, non recarsi a casa di amici o parenti che hanno un cane). Occorre contattare uno psicologo psicoterapeuta. La psicoterapia cognitivo-comportamentale è uno dei percorsi più efficaci per il trattamento delle fobie specifiche, esponendo gradualmente agli stimoli temuti fino ad arrivare ad avere contatto diretto con lo stimolo (prima si osservano le immagini di cani, poi video di cani insieme a delle persone, successivamente si sta in un locale anche in presenza di cani, il passo successivo è stare accanto ad un cane, per ultimo si accarezza un cane), che diviene neutro grazie a un processo parallelo di ristrutturazione dei pensieri irrazionali relativi allo stimolo (ad esempio se entro in contatto con un cane sicuramente mi morderà ). Questi passaggi sono progressivi e non si procede a quello successivo se il paziente non si sente a suo agio in quello attuale.

Nel caso di fobie invalidanti si possono utilizzare benzodiazepine al bisogno, con prescrizione medica, per gestire l’ansia dovendo fronteggiare le situazioni temute (ad esempio prima di prendere l’aereo).

Cosa fare quando si è prigionieri di ossessioni e compulsioni

Nel disturbo ossessivo-compulsivo (DOC) sono presenti ossessioni, che creano ansia/disagio/disgusto/ vergogna/sensi di colpa nel soggetto, e compulsioni o rituali rigidi, ovvero comportamenti ripetitivi o azioni mentali, che alleviano temporaneamente tale vissuto spiacevole. Le ossessioni sono pensieri, impulsi o immagini mentali involontari e costanti, percepiti come sgradevoli o intrusivi dalla persona, non sono manie o fissazioni. La consapevolezza dell’esagerazione o irrazionalità o insensatezza delle proprie preoccupazioni e/o comportamenti spinge a contrastare le ossessioni e le compulsioni, con l’effetto generalmente di aggravare i sintomi e la sofferenza.

 Quali sono i sintomi del disturbo ossessivo-compulsivo?

  • Controllo: timori ricorrenti e controlli protratti, per il dubbio di aver dimenticato qualcosa o di aver fatto un errore o danneggiato qualcosa o qualcuno inavvertitamente. Esempi: aver chiuso la porta di casa, il gas o l’acqua, aver contato bene i soldi, aver inserito l’iban del conto giusto, avere fatto correttamente l’ordine di un prodotto invece di uno sbagliato, avere riferito esattamente delle indicazioni come richiesto.
  • Contaminazione: paure per rischio di contagio o contaminazione con qualche invisibile virus/batterio o sostanza tossica e conseguenti compulsioni di pulizia con rituali di lavaggio ripetuto delle mani, dei vestiti o di oggetti.
  • Ordine e simmetria: intolleranza al disordine o all’asimmetria. Gli oggetti in casa, a scuola o al lavoro devono risultare perfettamente allineati, simmetrici e ordinati secondo una precisa logica (es. dimensione, colore), a volte anche il proprio aspetto e abbigliamento, in caso contrario vanno risistemati anche impegnandoci ore fino a sentirli “a posto”.
  • Superstizione eccessiva: credenze superstiziose portate all’eccesso con la ripetizione di rituali per evitare qualche disgrazia a sé e/o alle persone care. L’esito degli eventi viene legato al compimento di gesti definiti, alla visione di oggetti e/o colori determinati, al suono di certi rumori.
  • Pensieri tabù (idee aggressive, sessuali, religiose): l’ossessione di essere o diventare omosessuale o pedofilo o fare del male a sé o a altri o bestemmiare, con le successive strategie per tranquillizzarsi, ad esempio monitorando costantemente le sensazioni provate e sforzandosi di contrastare questi pensieri e impulsi.

Cosa posso fare?

Il DOC se non affrontato attraverso una terapia tende a cronicizzarsi con il relativo carico di sofferenza e peggioramento della qualità della vita oltre a provocare interferenze nel funzionamento relazionale/sociale, lavorativo o scolastico. Occorre contattare uno psicologo psicoterapeuta. La psicoterapia cognitivo-comportamentale è uno dei percorsi più efficaci per il trattamento del disturbo ossessivo-compulsivo, esponendo gradualmente agli stimoli temuti; lavorando sui pensieri automatici e disfunzionali: l’eccessivo senso di responsabilità, il perfezionismo, l’importanza sovrastimata delle credenze, il tentativo di controllare i propri pensieri, la pericolosità percepita dell’ansia, che costituiscono le principali distorsioni cognitive; imparando a gestire la risposta emotiva dei vissuti spiacevoli. La terapia farmacologica può essere utile per ridurre i sintomi disturbanti ed iniziare la psicoterapia, in particolare gli antidepressivi, dopo la valutazione di uno psichiatra.

Le abbuffate: come gestirle

Sono episodi caratterizzati da “il mangiare in un determinato periodo di tempo una quantità di cibo significativamente maggiore di quella che la maggior parte degli individui mangerebbe nello stesso tempo e in circostanze simili, con la sensazione di perdere il controllo” (fonte DSM-5). Possono rientrare tra i sintomi dei Disturbi della nutrizione e dell’alimentazione, come il Binge Eating Disorder BED (disturbo da alimentazione incontrollata) o la Bulimia nervosa o l’Anoressia nervosa. Ben diverso dallo sgranocchiare e mangiucchiare piccole quantità di cibo durante tutta la giornata.

Come sono le abbuffate?

  • Mangiare molto più rapidamente del normale.
  • Mangiare fino a sentirsi sgradevolmente pieni.
  • Mangiare grandi quantitativi di cibo anche se non ci si sente affamati.
  • Mangiare da soli a causa dell’imbarazzo per quanto si sta mangiando.
  • Sentirsi disgustati verso sé stessi, depressi o molto in colpa dopo l’episodio. (fonte DSM-5)

Cosa le provoca?

L’impulso all’abbuffata, che può essere anche pianificata, può nascere da emozioni negative, eventi spiacevoli e/o stressanti, il tempo senza impegni definiti dove la noia è protagonista, la solitudine, anche da restrizioni alimentari in regimi dietetici rigidi e ipocalorici. E’ principalmente una fame nervosa. Dall’iniziale benessere e gratificazione, si passa spesso a sensazioni di distacco, poi subentrano il senso di colpa e la vergogna.

Cosa posso fare?

Per gestire la fame emotiva possiamo:

  • Costruire un elenco di attività piacevoli e gratificati da inserire nel nostro quotidiano successivamente.
  • Imparare a gestire lo stress: non facciamoci sommergere (dicendo dei NO, dandoci delle priorità e delle pause).
  • Programmare degli impegni nella nostra routine e mantenerli.
  • Coltivare le relazioni con le altre persone: è preferibile di persona ma anche a distanza.
  • Evitare le diete fai date o comunque devono essere bilanciate: non affamiamoci.

Oltre al rischio di aumento del peso corporeo e di sviluppare obesità, chi soffre di abbuffate compulsive, dove gli episodi sono diventati quasi automatici, ha anche una bassa autostima, sentimenti di inadeguatezza, si isola ulteriormente dagli altri. Occorre chiedere aiuto ad uno psicologo psicoterapeuta esperto in disturbi del comportamento alimentare ed intraprendere un percorso per esplorare le proprie emozioni e gestire la risposta comportamentale senza più ricorrere alle abbuffate, lavorare sulla consapevolezza della fame fisiologica, migliorare l’autostima.

Trauma psicologico: come elaborarlo

Uno shock emotivo intenso a seguito di eventi improvvisi (incidente, terremoto, lutto inaspettato, violenza fisica e/o sessuale) e stressanti (perdita del lavoro,rottura del rapporto di coppia, grave malattia fisica), che produce reazioni corporee importanti e dove ci sentiamo impotenti. Non sempre riusciamo ad elaborare spontaneamente i traumi, l’impatto e la reazione sono soggettivi e quando le emozioni e le sensazioni del corpo rimangono bloccate rischiamo di sviluppare sintomi come nel disturbo post-traumatico da stress (PTSD). La trascuratezza, la mancanza di accudimento, l’abuso, il maltrattamento psicologico (svalutazioni, critiche continue) e fisico da parte di figure significative come i genitori o gli insegnanti, specialmente nell’infanzia, possono condurre a traumi relazionali cumulativi.

Quali sono i sintomi del disturbo post-traumatico da stress (fonte DSM-5)?

  • Intrusione: si tende a rivivere l’evento traumatico con immagini intrusive, incubi e reazioni emotive intense, come se il trauma si stesse ripresentando in quel momento (flashback). In alcuni casi il coinvolgimento emotivo è tale da far perdere consapevolezza dell’ambiente circostante al soggetto durante i flashback (sintomo dissociativo).
  • Evitamento: il soggetto mette in atto diverse strategie per evitare luoghi, persone o oggetti associati al trauma in modo persistente.
  • Alterazioni negative dell’umore e del pensiero: l’umore può apparire deflesso per la maggior parte del tempo, il soggetto può mostrare una riduzione di interesse verso le normali attività o una sensazione di distacco o estraneità verso gli altri. Può manifestare reazioni emotive negative persistenti (ansia, vergogna, colpa, orrore) e incapacità a provare emozioni positive. Il soggetto può mostrare esagerate convinzioni negative su di sé (è colpa mia), sugli altri o sul mondo (il mondo è un posto pericoloso). Può inoltre manifestarsi amnesia verso qualche importante elemento dell’evento traumatico.
  • Marcata attivazione psicomotoria ed elevata reattività: il soggetto può mostrare uno stato di agitazione e ipervigilanza costante. Può mostrare umore irritabile ed esplosioni di rabbia anche senza provocazione, spesso sono presenti esagerate risposte di allarme anche a fronte di stimoli banali. Possono inoltre manifestarsi difficoltà nella concentrazione, nel sonno o comportamenti rischiosi o autodistruttivi.

Cosa posso fare?

Le consegue dei traumi possono cronicizzarsi con il relativo carico di sofferenza oltre a provocare ripercussioni in ambito sociale, lavorativo o scolastico, arrivando anche all’abuso di sostanze. Si possono manifestare sintomi dissociativi di depersonalizzazione (sentirsi distaccati dai propri processi mentali come se si fosse un osservatore esterno al proprio corpo) e derealizzazione (persistenti o ricorrenti esperienze di irrealtà dell’ambiente circostante). Occorre contattare uno psicologo psicoterapeuta esperto in psicotraumatologia che valuterà insieme al paziente l’intervento più adatto al suo caso. La psicoterapia cognitivo-comportamentale è uno dei percorsi più efficaci per il trattamento dei traumi, attraverso questi passaggi:

•    Gestione dei problemi urgenti: la compromissione del funzionamento quotidiano a causa degli evitamenti

•    Informazioni sul disturbo

•    Stabilizzazione dei sintomi più disturbanti con l’utilizzo di tecniche di gestione degli stessi: rilassamento o mindfulness

•    Lavoro sulle memorie traumatiche mediante l’esposizione ai ricordi dolorosi

•    Effettuazione della ristrutturazione cognitiva: modificando le convinzioni disfunzionali su di sé, sugli altri e sul mondo

•    Prevenzione delle ricadute

L’EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing) è una metodologia terapeutica che si basa sul sistema dell’elaborazione delle informazioni per integrare il trauma nel nostro vissuto attraverso i movimenti oculari o altre forme di stimolazione alternata destro/sinistra. Il percorso terapeutico aiuta a superare la rottura del trauma nel fluire della nostra esperienza e a riprendere il proprio percorso di vita.

La terapia farmacologica può essere utile per ridurre i sintomi disturbanti ed iniziare la psicoterapia, in particolare gli antidepressivi Inibitori Selettivi della Serotonina (SSRI) dopo la valutazione di uno psichiatra.

Attacchi di panico: come intervenire

Detti anche crisi di panico, sono episodi di ansia molto intensa che in crescendo raggiunge un picco e poi diminuisce, quest’onda dura circa 20 minuti, arrivando all’apice in 10 minuti con un vissuto molto spiacevole ed il timore di impazzire, perdere il controllo o moriremi sta venendo un infarto”. Si parla di disturbo da panico quando gli attacchi si ripetono frequentemente.

Quali sono i sintomi?

  • palpitazioni o tachicardia
  • sudorazione
  • tremori
  • sensazione di fiato corto o di fatica nel respirare
  • sensazione di soffocamento
  • dolore retrosternale
  • nausea o dolori addominali
  • vertigini, sensazione di instabilità, testa leggera o sensazione di svenimento
  • brividi o vampate di calore
  • parestesie (sensazioni di formicolio o di intorpidimento)
  • derealizzazione (sensazioni di irrealtà) o depersonalizzazione (sentirsi separato da se stesso)

Cosa li provoca?

Periodi stressanti (matrimonio, convivenza, nascita di un figlio, separazione, lutti, malattie importanti anche di una persona significativa, problemi finanziari e lavorativi, cambiamenti di ruolo come pensionamento o promozioni, trasferimenti), situazioni agorafobiche (luoghi da cui non si può scappare facilmente o in cui si potrebbe non ricevere aiuto, ad esempio in auto da soli, all’interno di un mezzo pubblico e locale affollato), caldo e condizioni climatiche soffocanti, sostanze psicoattive possono infatti far comparire sensazioni del corpo anomale. Queste possono essere interpretate in maniera catastrofica, aumentando la probabilità di sviluppare attacchi di panico. Il primo compare inaspettato e poi si innesca come un circolo vizioso la paura di ulteriori crisi, portando a comportamenti di evitamento delle circostanze potenzialmente ansiogene, dei contesti da cui è difficile trovare vie di fuga ed avere soccorso, arrivando a uscire se accompagnati e non essere mai lasciati soli, con il rischio di una depressione secondaria ad una vita limitante per sé stessi e i familiari. “Come il primo attacco è stato improvviso allora potrebbe ripresentarsi ancora senza nessun avvertimento

Cosa posso fare?

Dopo aver escluso patologie organiche, solitamente ci si reca allarmati al Pronto Soccorso alla prima crisi di panico e successivamente dal medico curante, dove in seguito agli accertamenti clinici si viene rassicurati sulla propria salute, si possono adottare degli accorgimenti per gestire l’aumento dell’ansia, che poi sfocia nell’attacco di panico: attraverso tecniche di controllo del respiro (respirare dentro un sacchetto di carta aiuta a ridurre l’intensità dei sintomi) è possibile limitarne la durata o impedirne l’insorgenza.

Poi occorre contattare uno psicologo psicoterapeuta. La psicoterapia cognitivo-comportamentale è uno dei percorsi più efficaci per il trattamento degli attacchi di panico al fine di scongiurare la cronicizzazione del disturbo, attraverso questi passaggi:

  • Psicoeducazione sull’ansia: fornire informazioni su come funziona il circolo vizioso del panico
  • Ricostruzione del primo episodio e della situazione attuale, attraverso l’individuazione di eventi specifici attivanti il disturbo (trigger)
  • Insegnamento di tecniche per la gestione dei sintomi dell’ansia: rilassamento o mindfulness
  • Individuazione dei pensieri catastrofici che portano all’attacco di panico e messa in discussione di tali interpretazioni erronee
  • Esposizione graduale alle sensazioni e agli stimoli temuti ed evitati
  • Prevenzione delle ricadute

La terapia farmacologica non può essere risolutiva sul lungo periodo, ma utile per ridurre i sintomi di ansia ed iniziare la psicoterapia, dopo una valutazione di uno psichiatra. Si basa su due classi di farmaci: benzodiazepine e antidepressivi, spesso impiegati in associazione. Le benzodiazepine sono farmaci sintomatici (agiscono sulle manifestazioni ansiose) portando ad una rapida attenuazione delle stesse, alla sospensione del trattamento con benzodiazepine, il disturbo può però ripresentarsi. Sono inoltre farmaci che possono portare a sviluppare sintomi di astinenza e aumento della tolleranza per ottenere gli effetti desiderati, soprattutto in assenza di un monitoraggio medico.

Io sono Istrionico?

Rientra tra i disturbi di personalità, la dicitura esatta ho una diagnosi di disturbo istrionico di personalità, così da distinguerlo dall’etichetta comune in senso canzonatorio “sei un istrionico” di coloro che amano essere al centro dell’attenzione ed usano modi e toni teatrali per ottenere l’interesse altrui, che può corrispondere eventualmente ad un tratto di personalità non necessariamente disfunzionale, e da non identificarci nella psicopatologia, essendo anche altro nella nostra vita. Aggiungo che è importante che la diagnosi venga fatta da uno psicologo/psicoterapeuta o psichiatra, al fine di un inquadramento corretto e di un intervento terapeutico efficace, e che le autodiagnosi in base ai sintomi, in particolare su internet, possono essere fonte di sofferenza inutile.

Possiamo definirlo come un disturbo che si caratterizza per un’emotività eccessiva, drammatica, poco autentica, superficiale, mutevole e per un comportamento esagerato di ricerca di approvazione e sostegno altrui, mediante modalità seduttive, provocatorie, manipolatorie. Chi ne soffre cura molto l’aspetto esteriore fino ad apparire vistoso. Solitamente l’istrionico chiede aiuto in seguito a difficoltà interpersonali, a relazioni disturbate e per superare emozioni negative intense come la rabbia, l’ansia e l’umore depresso che attribuisce a cause esterne.

Quando rivolgersi ad uno psicologo/psicoterapeuta o psichiatra?

  • Se mi sento a disagio o non apprezzato in situazioni in cui non sono al centro dell’attenzione
  • Se l’apparenza fisica è per me fondamentale
  • Se non sopporto le critiche
  • Se sono influenzabile e suggestionabile, uniformandomi all’opinione e allo stato d’animo altrui
  • Se non tollero le frustrazioni e la noia, cercando soddisfazioni immediate e attività eccitanti/stimolanti
  • Se mi ritrovo in relazioni di dipendenza affettiva dal partner

Come intervenire?

Contattare uno psicoterapeuta, esperto in disturbi di personalità. La psicoterapia cognitivo-comportamentale è uno dei percorsi più efficaci per il trattamento del disturbo istrionico di personalità: riconoscendo il valore personale; aiutando ad entrare in contatto con le proprie emozioni autentiche e a modularle; sviluppando tolleranza alla frustrazione e alla noia (lavorando se necessario anche su aspetti di impulsività); focalizzandosi sulla riduzione dei comportamenti teatrali e drammatici e sull’accettazione di una possibile disapprovazione o perdita di attenzione; imparando a sviluppare una reale intimità con l’altro, basata sull’ascolto e sull’empatia. La terapia farmacologica non può essere risolutiva, ma utile per ridurre i sintomi di ansia, depressione e impulsività, dopo una valutazione di uno psichiatra.

Io sono Narcisista?

Rientra tra i disturbi di personalità, la dicitura esatta ho una diagnosi di disturbo narcisista di personalità, così da distinguerlo dall’etichetta comune in senso canzonatorio “sei un narcisista”, che può corrispondere eventualmente ad un tratto di personalità non necessariamente disfunzionale, e da non identificarci nella psicopatologia, essendo anche altro nella nostra vita. Aggiungo che è importante che la diagnosi venga fatta da uno psicologo/psicoterapeuta o psichiatra, al fine di un inquadramento corretto e di un intervento terapeutico efficace, e che le autodiagnosi in base ai sintomi, in particolare su internet, possono essere fonte di sofferenza inutile.

Possiamo definirlo come un disturbo che investe un’autostima fragile con fantasie di successo in uno sforzo spasmodico di dimostrare la propria superiorità e grandiosità. Chi ne soffre mette in atto comportamenti di sfruttamento e/o aggressivi e/o manipolatori degli altri, in un quadro di mancanza di empatia, rischiando di provocare l’allontanamento e di ritrovarsi solo. Solitamente il narcisista chiede aiuto in seguito ad un “fallimento” come ad esempio una mancata promozione sul lavoro, la rottura non voluta della relazione da parte del partner, la perdita di una gara sportiva o l’insuccesso scolastico, che vengono vissuti con vergogna, tristezza, paura, impotenza e rabbia.

Quando rivolgersi ad uno psicologo/psicoterapeuta o psichiatra?

  • Se ho costante bisogno di ammirazione
  • Se solitamente ritengo di non essere apprezzato e riconosciuto nel mio valore
  • Se ho la tendenza a reagire alle critiche con rabbia o vergogna
  • Se non mi fido generalmente degli altri, li considero inaffidabili, frequentemente li disprezzo
  • Se sono invidioso degli altri o credo che gli altri mi invidino
  • Se sento spesso il vuoto e l’apatia anche in presenza di successi
  • Se a seguito di una sconfitta sviluppo ansia sociale, attacchi di panico, stati depressivi, ideazioni suicidarie e/o abuso di alcol e di altre sostanze

Come intervenire?

Contattare uno psicoterapeuta, esperto in disturbi di personalità. La psicoterapia cognitivo-comportamentale è uno dei percorsi più efficaci per il trattamento del disturbo narcisistico di personalità: lavorando affinché i bisogni emotivi vengano soddisfatti in modo più funzionale attraverso sani rapporti interpersonali, basati sulla reciprocità ed il rispetto, costruendo schemi Sé/Altro più adattivi; attraverso la ristrutturazione cognitiva limitando le aspettative eccessive su di sé e sugli altri, altrimenti fonte di delusione; imparando a gestire meglio la rabbia ed a evitare agiti di punizione/vendetta o autolesivi. La terapia farmacologica non può essere risolutiva, ma utile per ridurre i sintomi di ansia sociale, depressione e impulsività, è indicato in particolare l’uso di antidepressivi (inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina SSRI), farmaci anticonvulsivi e stabilizzatori del tono dell’umore, dopo una valutazione di uno psichiatra.

Io sono Borderline?

Rientra tra i disturbi di personalità, la dicitura esatta ho una diagnosi di disturbo borderline di personalità, così non da identificarci nella psicopatologia, essendo anche altro nella nostra vita. Aggiungo che è importante che la diagnosi venga fatta da uno psicologo/psicoterapeuta o psichiatra e che le autodiagnosi in base ai sintomi, in particolare su internet, possono essere fonte di sofferenza inutile.

Possiamo definirlo come un disturbo della relazione, con emozioni intense che cambiano in modo repentino. Chi ne soffre mette in atto comportamenti che lo danneggiano e possono creare conseguenze negative anche ad altri. Per questo motivo occorre chiedere aiuto al fine di una diagnosi corretta e di un intervento terapeutico efficace.

Quando rivolgersi ad uno psicologo/psicoterapeuta o psichiatra?

  • Se ho rapporti instabili di amore, amicizia e/o conflitti, anche sul lavoro
  • Se temo la solitudine, i rifiuti e non riesco ad affrontare gli abbandoni
  • Se ho la tendenza a idealizzare e svalutare le altre persone
  • Se sono travolto dalle emozioni e non riesco a gestire le mie reazioni, ho scoppi improvvisi di rabbia e litigi violenti
  • Se sento spesso il vuoto e la mancanza di scopi
  • Se ho sbalzi di umore (da felicità a tristezza e viceversa)
  • Se ho una percezione della mia identità che muta frequentemente (buono/cattivo)
  • Se ho abbuffate di cibo, abuso di sostanze legali e/o illegali e/o gioco d’azzardo in modo patologico, guido in modo spericolato, ho una sessualità promiscua (anche non protetta), ho episodi di autolesionismo (tagliarsi, bruciarsi), adotto comportamenti antisociali (arrivando a commettere reati), ho messo in atto tentativi di suicidio
  • Se compio scelte impulsive (all’improvviso interrompere gli studi, licenziarsi, lasciare il partner, spendere eccessivamente)

Come intervenire?

Contattare uno psicoterapeuta, esperto in disturbi di personalità. La psicoterapia cognitivo-comportamentale è uno dei percorsi più efficaci per il trattamento del disturbo borderline di personalità, lavorando sull’interruzione dei comportamenti senza controllo e/o distruttivi per sé e sulla gestione della risposta emotiva. Dopo aver ridotto i comportamenti problematici a rischio, l’intervento si sposta sul mantenimento di una rappresentazione stabile e integrata di sé e dell’altro. La terapia farmacologica non può essere risolutiva, ma utile in alcuni casi per ridurre l’impulsività e la disregolazione emotiva, è indicato in particolare l’uso di stabilizzanti del tono dell’umore, dopo una valutazione di uno psichiatra.

Fattori psicologici nella disfunzione erettile (impotenza)

Esclusa la componente organica tramite esami prescritti dal medico curante e visita andrologica, va indagata l’origine psicologica di questo disturbo della sessualità maschile: difficoltà ad avere un’erezione del pene e a mantenerla.

Questo sintomo può essere la conseguenza di:

  • Bassa autostima diminuendola ulteriormente
  • Paura del giudizio
  • Vivere la propria sessualità in termini di prestazione
  • Stress eccessivo e/o prolungato
  • Disturbi depressivi e/o ansiosi
  • Problemi di coppia
  • Abuso di alcol, droghe, pornografia (dipendenze)

Come intervenire?

Superando l’eventuale imbarazzo e/o emozione di vergogna contattare uno psicoterapeuta, esperto di sessuologia. La psicoterapia cognitivo-comportamentale è uno dei percorsi più efficaci per il trattamento dell’impotenza psicogena, lavorando sulle cause come la bassa autostima e/o la crisi di coppia o abuso di alcol, droghe, pornografia, sul cambiamento dello stile di vita con stress eccessivo e/o prolungato, sulle credenze disfunzionali irrealistiche riguardanti il sesso. Esempio di pensieri irrazionali: “l’erezione, una volta persa, non può essere più raggiunta nello stesso rapporto sessuale”, oppure “l’uomo che fallisce in un rapporto sessuale, non è un vero maschio”. Vanno inoltre affrontati i fattori principali di mantenimento della difficoltà d’erezione, quali l’ansia da prestazione e i circoli viziosi createsi, quali vivere il rapporto sessuale come un continuo test sulle proprie performances.

Alcol cocaina sesso: una triade pericolosa

In situazioni di divertimento sociale, è più raro il fenomeno del consumo solitario con l’utilizzo di materiale pornografico, può comparire quest’associazione. L’alcol, anche non in grandi quantità, disinibisce e funge da facilitatore all’assunzione della cocaina, sostanza stimolante, che aumenta l’eccitazione e l’euforia, rendendo l’atto sessuale più duraturo ed esaltante.

Perché chiedere aiuto?

L’uso di cocaina nel tempo inibisce l’orgasmo in entrambi i sessi, inoltre l’abuso cronico può causare disfunzione erettile e condurre all’impotenza, oltre agli effetti nocivi sul sistema nervoso e cardiocircolatorio.

L’abuso dell’alcol è distruttivo per la salute generale del corpo e anche per la libido, diminuendo il desiderio e le prestazioni sessuali, sfociando negli uomini nella disfunzione erettile e impotenza, nelle donne in problemi di lubrificazione e disturbi al ciclo mestruale fino all’amenorrea.

Una sessualità “non lucida” aumenta il rischio di trovarsi involontariamente in situazioni e pratiche sessuali pericolose, di contrarre malattie sessualmente trasmissibili e di incorrere in gravidanze indesiderate.

Come intervenire?

Contattare uno psicoterapeuta, esperto di dipendenze. La psicoterapia cognitivo-comportamentale è uno dei percorsi più efficaci per il trattamento, lavorando su un nuovo stile di vita (una socialità con persone lontane dalle precedenti abitudini di divertimento, un consumo moderato di alcol in situazioni protette, occupare il tempo libero con attività coinvolgenti e gratificanti), sull’autoregolazione delle emozioni che attivano il desiderio del paziente di sperimentare l’associazione alcol-cocaina-sesso.